
Sei nato nell’ottavo giorno dei Raccolti Dorati, sotto una pioggia di acido corrosivo. Tua madre gemeva e ansimava in un vicolo lercio, affondando le unghie luride nelle mani dei dottori che l’assistevano.
Sopravvisse, ma davvero per un pelo. Il sangue gocciolava nei tuoi occhi chiusi e sulla tua pelle rubizza e dolente. Quando ti sollevarono verso la tempesta per invocare la benedizione, protestasti nell’unico modo che conoscevi.
Urlando.

Per otto anni crescesti tra le genti di Scarno. Situata sulle coste meridionali della Penisola Zolfo, la fortezza era un luogo impervio, sferzato dai flutti sfrigolanti delle Acque Corrosive. Nei giorni di libertà ti piaceva arrampicarti sulla barriera marittima per guardare le onde furiose. Altrimenti obbedivi agli ordini dei preti o aiutavi tua madre e gli altri Scavatori a estrarre opali di fuoco e pietre della fenice dai campi di lava. Un lavoro alienante e noioso, che faceva dolere le braccia e la mente.
Un giorno venisti avvicinato da Cyrian mentre tornavi a casa. Era Azyrita, il figlio del capocommerciante di Scarno. Gran parte dei nobili non era male, ma lui pensava che il suo retaggio lo rendesse importante. Lui e i suoi amici ti chiamavano con i soliti nomignoli: ‘piedineri’, ‘scavacenere’, ‘sottocittadino’. Li ignoravi. La Matrona Selva predicava la pazienza di Sigmar.
Qualcosa ti colpì dietro la gamba, facendoti cadere nel fango. Mentre ti rialzavi, li sentisti avvicinarsi in preda alle risa. Provasti a concentrarti sui versetti di misericordia e a dimostrare l’amore di Sigmar per l’umanità.
‘I soldati dicono che tuo padre è impazzito’, disse Cyrian. ‘La guerra lo ha segnato, e ora vaga per le distese’.
Poi, un’altra voce. Forse di Sigmar.
Colpiscilo.
A quel punto ti alzasti. E lo colpisti.
Le tue braccia si agitarono piene di rabbia adolescenziale. Colpisti facce, rompesti nasi, spezzasti denti. Buttasti Cyrian a terra e prendesti a calci il suo volto dolente.
Continuasti a farlo.
Ancora.
Mani robuste ti tirarono indietro mentre Cyrian e i suoi amici si davano alla fuga. Grugnendo, Drobo Vragsson ti trascinò nella sua forgia. Anche il duardin era Azyrita, ma era sempre stato gentile. Ti ripulì, sistemò le cose con le guardie. Ti diede un consiglio: un rancore è un rancore, ma va saldato seguendo le regole. ‘Questa è la civiltà, ragazzo’.
Devono prima prenderti, disse la voce interiore. Hanno cominciato loro. Ora non ti daranno più fastidio. Questa è la vita.
Aveva più senso.

Il decennio successivo fu tremendo. Gli Scavatori morivano a frotte, travolti dai flussi di lava o uccisi dai predoni. Lentamente diventasti indifferente alle morti, ma non alla rivalsa che reclamavano. Il conclave di Scarno si rifiutava di stanziare truppe. Tutte le braccia erano impegnate a proteggere i maghi dei Collegi che studiavano le pietre arcane estratte dai tuoi amici a costo della vita. Quando riuscisti a fermare un magister, gli chiedesti perché non aiutassero in maniera più diretta. Lui rispose che non comprendevi l’importanza della loro opera.
Non alzò neanche gli occhi dal libro.
Il cinismo ti fece litigare con tua madre, al punto che i polmoni di cenere la fecero cedere agli eccessi di tosse. Gli altri si mostrarono solidali. Ma tu non volevi solidarietà. La solidarietà vale quanto la compassione. Volevi fare come avevi fatto con Cyrian. Volevi che fosse tanto semplice.
Forse per questo ti unisti alla Gilda Libera di Scarno. Per quanto la disciplina sia ferrea in frontiera, è essenziale. Scopristi di avere talento con la spada, eri la colonna portante della tua unità. Marat scrisse anche una ballata oscena al proposito. Per la prima volta stavi facendo qualcosa di utile. Il loro affetto era… prezioso.
Eri schierato sulle mura quando la banda da guerra attaccò. La corazza dei predoni era rossa di sangue secco. I colpi di fucile ne sventrarono molti, ma comunque loro aprivano le braccia come ad accogliere la fine. I loro ululati accompagnavano gli scoppi di polvere nera.
‘Sangue per il…’.
Non riuscivi a capirlo, ma sembrava un inno. Una promessa.
Inspiegabilmente alcuni raggiunsero le mura, scalando rozze scale di ossa. La guerriera che ti trovasti davanti stringeva un’ascia da macellaio in una mano, un coltello da caccia nell’altra. Bloccasti l’ascia con lo scudo tra zampilli di scintille. Disperato provasti a respingere gli affondi di coltello. La dottrina proclama mutuo sostegno tra commilitoni, ma nessuno venne. Fu un massacro.
Avevi bisogno di forza. La forza di aiutare gli altri. La forza di vincere. La forza di spappolare la sua dannata testa. Ne avevi bisogno. Giurasti a quel cielo impassibile che avresti fatto qualsiasi cosa per averla.
All’improvviso fosti pervaso da un istinto inarrestabile e brutale. Stringesti i denti e spostasti il peso contro lo scudo, schiantandolo sulla sua faccia mentre le affondavi la spada nel ventre. La nemica sputò sangue e cadde. Ti avventasti su di lei, calandolo con due mani sul cranio, due volte, poi tre, rosso e ossa.
Le sorti cambiarono. La tua compagnia si fece sotto e respinse l’avversario. Solo pochi si fermarono a guardarti in preda all’orrore.
Hai vinto, disse sorniona quella confortante voce interiore. Cos’hanno da guardare? È la guerra.
Avevi vinto. Non era abbastanza?

Le ceneri ti bruciavano la pelle. La fame ti contorceva le budella. Le gambe pulsavano per gli squarci mentre ti addentravi barcollante nella notte.
Non eri mai stato così malconcio prima di un incontro. Non era neanche la prima volta che combattevi, anzi. Poco dopo la tua impresa sulle mura, altri membri del reggimento ti si erano avvicinati per offrirti un posto nella loro misteriosa società marziale. Nulla di ufficiale. I superiori non ne erano al corrente, ma non si trattava di un culto. Era solo un gruppo dedito a tenersi in allenamento e sfogare la tensione con un sano combattimento. Ovviamente si usavano lame vere. C’entrava la fede; prima di ogni incontro rivolgevano preghiere a Sigmar il Guerriero.
Almeno in teoria. Tu avevi sempre invocato il tuo dio rosso. Forse era Sigmar. Non ci avevi più pensato.
Quel giorno il Conclave aveva raso al suolo la catapecchia in cui eri cresciuto per costruire un magazzino per le munizioni. Forse fu questo a scatenare la furia. I combattimenti erano al primo sangue, e fu proprio sangue che versasti con il tuo coltello conficcato nella bocca di Marat. I suoi occhi si spalancarono per la sorpresa quando estraesti la lama, poi crollò a terra.
Magari i tuoi compatrioti sconvolti ti avrebbero coperto. Non lo avresti mai saputo. Nel silenzio che seguì ti desti alla fuga. Dalla lizza nella cantina della taverna varcasti il cancello secondario di Scarno. Nelle distese. Le tue mani sporche del sangue di Marat.
Comunque… Marat era un perdigiorno. Si credeva un poeta, ma era soprattutto un egocentrico schiavo di vacui desideri. Andava bene per farci una bevuta assieme, per allenarsi, sopportavi la sua presunzione e le spiacevoli rime biascicate che lui definiva poesiole, ma cos’altro potevi fare? Tutti giustificavano il povero Marat, abbandonato alla frontiera dalla sua amante. Non faceva pena, era ridicolo. Era piccolo.
Lo odiavi.
Gli uomini della tribù nelle loro armature logore erano acquattati dietro un masso quando li trovasti. Dilaniavano un cadavere con i denti. Non riuscivi a capire cosa fosse. Avvertito il rumore, balzarono con rapidità ferina e sguainarono le lame.
Uccidili, sibilò il tuo dio rosso. Uccidili.
Fosti di nuovo pervaso dalla forza. Era animalesca e disperata, ma annientava il dolore. Urlando ti avventasti sul guerriero più grosso. Avevi ancora il coltello. Fu con quello che apristi il cranio dell’avversario. Schizzi di sangue. Pezzi di cervella.
Appena avesti finito, l’energia cominciò ad affievolirsi. Per un momento tutto ciò che potevi vedere era il cadavere macellato ai tuoi piedi. Il tuo stomaco si torse, il tuo braccio improvvisamente tremò dal bisogno di scagliare via il coltello lordo.
Un ruggito attirò la tua attenzione. I guerrieri ti stavano guardando. Magari ti avevano riconosciuto.
‘Il nostro signore ti vorrà conoscere’, ruggì uno provando ad agguantarti.
Dove altro dovresti andare? chiese la tua musa.

Il capo dei barbari, un uomo conosciuto come Tarzkul, si professava sacerdote. La sua banda da guerra venerava divinità truci: esseri dalla testa di leone con criniere taglienti e artigli d’ottone. Il tuo patrono non aveva forma. Non l’avevi mai associato ai Poteri Perniciosi che ti avevano insegnato a temere. Tuttavia, Tarzkul affermava che tutti i numi della guerra, anche quelli dall’apparenza civile, non fossero altro che sfaccettature di una sola verità cremisi: l’essenza del massacro che i mortali chiamano Khorne.
Khorne. Sembrava sbagliato, una bestemmia, ma pronunciare quel nome ti faceva battere il cuore. Non poteva essere altrimenti. Non dopo che ti ebbero costretto a mangiare carne umana con l’ascia puntata addosso. Non dopo che Tarzkul ti aveva inciso la sua runa scheletrica sulla fronte. Alla fine, erano forse diversi dai devoti della cometa che mostravano con orgoglio il simbolo a due code?
‘Sangue per il Dio del Sangue. Teschi per il Trono di Teschi’. Questo, disse Tarzkul, era l’unico comandamento di Khorne. Ricordava le massime che Selva ti aveva fatto imparare a memoria.
Assieme al resto del branco di predoni, ti avventurasti tra gli alberi carbonizzati per raggiungere la torre in rovina. Dalla tua cintura pendevano teschi. Dietro i cumuli di macerie si nascondevano gli esploratori dei Corpi Forestali.
Quando l’élite della banda da guerra di Tarzkul eruppe dalla foresta fu accompagnata da un ululato. Hai sputato a terra e l’hai seguita. I dardi di balestra perforarono i crani dei tuoi compagni e li gettarono al suolo. Il sangue bagnò le tue cicatrici. Era corroborante. Balzasti sopra la barricata roteando l’ascia e spaccando in due la testa di un nemico, poi scattasti verso la torre per spalancarne la porta di legno con un calcio.
All’interno languiva un fuoco. Il mago, quello che avevi interrogato a Scarno, ti fissava. Era sdraiato sulla schiena, con il petto squarciato. Tarzkul era accovacciato su di lui e mugugnava una preghiera di guerra mentre ne estraeva gli organi. Le sue braccia erano completamente lorde di sangue.
Ti ha rubato la preda.
Tarzkul avvertì la tua presenza e si voltò come per parlarti, ma tu gli eri già addosso con l’ascia alzata. Fu abbastanza lesto da respingere l’attacco. La sua reazione ti fece quasi perdere l’equilibrio. Nessuna finezza; solo pugni e lame. Il suo pugnale ti dilaniò il fianco e i suoi denti, affilati e placcati di ottone, si chiusero sulla tua spalla. Il dolore ti pervase e con esso giunse la potenza furiosa.
Afferrasti la testa di Tarzkul. Ti guardò con un ghigno soffocato, come se avesse capito che le sorti erano cambiate. Raccogliesti ogni briciolo di ira prima di torcerla. Le ossa schioccarono. Per essere sicuro, gli desti anche una testata.
Poi altre sette, fino a frantumargli il cranio.
La vista si schiarì non appena lasciasti la presa sul cadavere. Questa volta, però, la forza rimase. Grugnendo ti tastasti le ferite. Invece di squarci sanguinanti, le tue dita toccarono squame rigide. Un dono.
Versa sangue, ruggì il tuo dio rosso. Non importa di chi. Basta che scorra.
Dammene ancora.

E così hai fatto.
Non misuri più il tempo in mesi o anni. Solo tramite le uccisioni e i doni che ti fruttano. Aprire la gola di Odro Faucitonanti ti valse un’armatura fusa alla pelle. Bruciare la Veggente Pavonina sulla sua pira di smeraldo ti fece spuntare corna sulla fronte. Nelle cripte della dinastia Artestii ti aggiudicasti l’ascia Bellicosa, che brama sangue tanto quanto te.
Ci furono anche altre vittime. Sfidanti, rivali, gente che semplicemente era lì. I loro nomi…
Non li ricordi. Non importa. I doni non arrivano sempre, ma Khorne è comunque soddisfatto. A ogni teschio, ruggisce nella tua mente. Ti ricorda che hai uno scopo.
I tuoi seguaci ti chiamano il Donamorte. O forse ‘un’ Donamorte, perché la banda da guerra si è allargata e ora include diversi campioni. Torreggianti mutanti che gemono e ringhiano. Cavalieri su bestie d’ottone. Persino creature dalla pelle rossa provenienti da oltre il velo tra i mondi. Non ci fai molto caso, a nessuno di loro. Vuoi solo uccidere di nuovo, sentire la forza, il riconoscimento. Ricordarti che sei vivo.
La fortezza sigmarita lambita dalle onde di fronte a te sembra un tugurio. La pioggia è rossa oggi, e il cielo è cremisi. Carichi senza paura nella salva d’apertura dei difensori, urlando di esaltazione.
Le scalette sono già abbarbicate alle mura e i cadaveri le circondano. Ti arrampichi, un piolo dopo l’altro. Al parapetto appare un duardin barbuto, le braccia sfregiate dalle fiamme della forgia. Affondi Bellicosa nella sua faccia e ne trascini il corpo verso il vuoto. Sei arrivato. Altri guerrieri incrostati di rosso massacrano i Sigmariti. Gli avversari ti circondano come un branco. Ne affetti tre con l’ascia, ne stordisci un altro con una testata e poi spezzi il collo a una sacerdotessa urlante.
Un grido attira la tua attenzione. Un qualche Maresciallo ti sfida, stringendo una spada a due mani. Lo sovrasti. Il suo ghigno da nobile azyrita, sfregiato da un naso storto, si spegne. Ti ha… riconosciuto?
Si muove con abilità. Archi d’argento ti guizzano davanti agli occhi e ti tagliano il petto.
Ma è solo dolore. Solo cicatrici. È vita. L’unica cosa da fare è ribellarsi.
La rabbia brucia come migliaia di fornaci. È più completa che mai. Trascendententale. Le pietre tremano mentre affronti il nemico, il mondo ridotto dalla totalità della furia. Niente può ferirti. Sei un’arma, non un guerriero: morte, massacro, per sempre. Gli blocchi la spada e la frantumi. Lo afferri per il petto e lo schiacci. Prima che l’Azyrita cada, lo prendi per un braccio e per una caviglia e tiri finché non si strappa con uno zampillo scarlatto. La sua colonna vertebrale ondeggia come un’anguilla.
Il tuo ruggito scuote i cieli. L’insediamento brucia. I guerrieri vi si riversano in preda alla frenesia, reclamando sangue per Khorne. Fanno ancora resistenza. Li ucciderai. Li ucciderai tutti. Ne ammasserai le ossa finché…
L’ascia si conficca nella tua schiena. Il sangue ti scorre addosso. Barcollando, precipiti dal parapetto. Il suolo è distante. Ci arrivi comunque.
In alto il cielo arde ancora. Dai un verso strozzato in preda agli spasmi nella pozza cremisi, cerchi di afferrare l’ascia. Un guerriero sbavante ti scavalca. Ti hanno ucciso? Se ne saranno accorti, nonostante la furia cieca?
La vista vacilla, provi a sentire il tuo dio rosso. Non lo hai soddisfatto? Non hai ucciso bene?
Nulla.
Non gli importa da dove scorre il sangue. Basta che scorra.

A leghe di distanza, tra le catapecchie sferzate dalle tempeste, un bambino nasce.
E urla.
















